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Chi sono

Lavoro da anni nell’ambito della qualità e della sicurezza, come traduttrice in ambito tecnico-scientifico e come insegnante privata.

Lo scopo di questo blog è di raccogliere informazioni importanti che vorrei condividere con altri traduttori o con i miei studenti.

Sono Claudia Sorcini, ho una laurea in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, un lavoro nel campo della qualità e della sicurezza – che ho scelto di mantenere in modalità part time per prendermi cura delle mie due figlie – in un’azienda di alto livello tecnologico da quasi 20 anni e oltre a ciò ho da sempre una grandissima passione per le lingue straniere e le materie scientifiche.

Adoro infatti le materie come la matematica, la fisica, la geologia, la chimica e la biologia e sono fluente in inglese e in francese, con un livello di conoscenza intermedia del tedesco.

Assistendo nello studio le mie due figlie (che ormai sono quasi ventenni!) e le loro amiche ho scoperto che, oltre ad avere questa grande passione per le lingue e le scienze, mi piace tantissimo anche cercare di divulgare ciò che conosco, così ho iniziato a dare lezioni private a ragazzi e adulti.

Allo stesso tempo, avendo svolto saltuariamente dei servizi di traduzione e interpretariato, ed essendo stata molto appassionata da questa attività, ho deciso di intraprendere un master in Traduzione tecnico-scientifica e la localizzazione informatica, che ho concluso nel gennaio del 2020, grazie al quale ho trovato nuovi stimoli per rendere più rigoroso e creativo il mio modo di lavorare.

For my presentation in English please click here.

I carbocationi

Se il carbonio ha elettronegatività media, perché è più facile che si formi un carbocatione che un carboanione?

Innanzitutto precisiamo che gli alcani non sono reattivi, ma lo sono gli alcheni e gli alchini, perché i legami pigreco rendono la molecola elettrofila.

Da questi idrocarburi possono scaturire i carbocationi, che sono più stabili dei carboanioni, per risonanza (legami multipli coniugati) e per effetto induttivo elettron-donatore dei radicali carboniosi (gruppi alchilici).

Allo stesso modo anche i radicali hanno stessa scala di stabilità terz > sec > pri e il motivo è sempre che l’elettrone si “disperde” su 3, 2, o 1 gruppo alchilico, rispettivamente,

Resta di fatto che se facciamo reagire un alchino terminale con sodioammide (base fortissima) si crea comunque un carbanione (acetiluro).

7 curiosità sul tè

  • Il 21 maggio è la giornata internazionale del tè: una bevanda che non è solo rinfrescante, stimolante e dai mille benefici, ma che per molti popoli e per molte persone rappresenta un proprio rito.
  • Il modo di chiamare il tè nel mondo deriva principalmente da due radici: quella cinese cha se il tè nel passato arrivava via terra, quella inglese tea se arrivava via mare. L’unica eccezione è rappresentata dal portoghese, poiché in Portogallo la tradizione del tè è più antica di quella del resto d’Europa e deriva da contatti diretti avuti con l’estremo Oriente, senza l’intermediazione degli inglesi.
  • In inglese c’è addirittura un modo di dire molto famoso legato al tè: not my cup of tea (il cui significato letterale è “non la mia tazza di tè”), che si usa per esprimere che non si ha affinità con qualcosa. Pur essendo un modo di dire tipicamente britannico, è molto diffuso anche negli Stati Uniti, dove questa bevanda non è così apprezzata come in Gran Bretagna.

  • Esiste un’espressione più arcaica di not my cup of tea con lo stesso significato ed è not my dish of tea: il dish è una tazza senza i manici e le origini di questa espressione risalgono al fatto che le preziose porcellane venivano importate dall’oriente… e incolonnare le ciotole senza manici faceva risparmiare molto spazio nelle navi mercantili provenienti dall’Est.
  • I riferimenti al tè nella letteratura sono molto presenti. Banana Yoshimoto, nei cui libri, non a caso il tè viene nominato molto spesso, in particolare in “Il lago” scrive good tea is eloquent enough, it turns out, to change a person’s mind: “il buon tè è un buon oratore, riesce a far cambiare idea alle persone”.
  • La parola tea compare anche nell’incipit della versione in inglese di Kitchen (il libro forse più famoso di Banana Yoshimoto) ma non in quella italiana: questo è dovuto al fatto nel romanzo in inglese si fa menzione delle tea towels, termine che il traduttore italiano ha scelto di rendere con strofinacci, non essendo il tè così radicato nella tradizione italiana.

Ecco l’incipit di Kitchen in italiano:

“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché‚ sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano. Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire. Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata.”

Nel seguente passo il riferimento al tè, semplice, delicato, ma allo stesso modo molto profondo e quasi commovente (come, a parer mio, tutto ciò che scrive questa autrice) è stato invece mantenuto.

May the memory of this moment, here, the glowing impression of the two of us facing each other in this warm, bright place drinking lovely hot tea, help save him, even a little bit.

“Pregai che il ricordo di questo momento in cui prendevamo un tè delizioso e bollente seduti l’uno di fronte all’altro in un posto piacevole e caldo restasse in lui come una scia luminosa e lo aiutasse.”

Gatti di scienza

Vorrei raccontarvi come il connubio gatti-scienza sia spesso felicissimo e in breve la storia i miei padroni di casa: Pippo e Stella, che consentono a noi umani di vivere nella loro casa, a patto che riserviamo loro un adeguato trattamento di coccole, crocchette, pulizie e manutenzione del loro regno-giardino.

Ci sono delle storie bellissime legate alla matematica e alla scienza in generale che hanno come protagonisti i gatti : una bellissima è quella di Félicette, la prima gatta che ha viaggiato nello spazio.

Come non menzionare, poi, i gatti della scienziata Margherita Hack?

Margherita Hack non ha amato tantissimo solo i gatti, ma non solo: era vegetariana e si è pronunciata molte volte per difendere i diritti degli animali che vengono ancora negati, ad esempio negli allevamenti intensivi o in alcuni spettacoli cruenti.

Daniele Gouthier in “Matematica? Una questione da gatti” sostiene di non conoscere matematici che non amino i gatti: una leggenda irlandese dice che gli occhi di un gatto sono finestre che ci permettono di vedere dentro un altro mondo… e d’altronde cos’è la matematica se non una porta che ci apre tanti mondi paralleli e tanti altri modi di vedere il mondo che ci circonda?

C’è addirittura una pagina Facebook chiamata “Gattini per la scienza“, che usa le foto di gatti per attrarre i lettori verso gli argomenti scientifici.

I gatti sono onnipresenti anche nella mia pagina, proprio perché mi sembra che riescano a rendere più piacevoli e friendly argomenti che a molti risultano ostici o spaventosi, come la matematica, la fisica e la chimica.

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Pippo spiega che gli integrali sono l’inverso delle derivate

I gatti sono anche eccellenti professori di matematica: date un’occhiata a queste spiegazioni

Potrebbe essere un'immagine raffigurante gatto
Stella ci mostra il cerchio perfetto (Giotto scansate)

Inoltre, come negare che “i gatti sanno calcolare con matematica precisione il luogo esatto nel quale daranno più disturbo se vi si siederanno” (P. Brown)?

Il matematico di Bruxelles Daniel Justens si è cimentato in un’intera opera sulla matematica dei gatti con il gatto del disegnatore Philippe Geluck, di cui ecco due assaggi:

-C’è già stato l’anno 2000 -Nel 2000 Avanti Cristo – Ma all’epoca non se n’è reso conto nessuno

Daniel JUSTENS, La mathématique du Chat de Philippe Geluck, Paris,  Delagrave - Casterman, 2008 - Legendi tempus
Immagine tratta da “LA MATHÉMATIQUE DU CHAT”

– Quando si mostra un due con le dita della mano -In realtà si sta mostrando cinque in cifre romane

Immagine tratta da “LA MATHÉMATIQUE DU CHAT”

Anche di Dante, che oltre a essere un letterato fu anche un esperto di matematica e un uomo di scienza, si dice che amasse molto i gatti e che amasse scrivere con un gatto nero sulle ginocchia.

All’incontro immaginario tra Dante e il gatto di Philippe Geluck è stata dedicata un’opera uscita in occasione del Dantedì.

Che dire di Diderot, il gatto della biblioteca della Gabbianella e il Gatto, che per far volare Fifì studia la macchina per volare di Leonardo da Vinci?

Leonardo Da Vinci stesso era amante dei gatti, tanto da dedicare loro studi e dipinti.

Disegni di Leonardo conservati nella Biblioteca Reale del castello di Windsor

Per terminare la carrellata di gatti coinvolti nella scienza mi chiedo: perché Schrödinger scelse proprio un gatto per descrivere il suo paradosso?

Quanto a me (e adesso viene la mia parte personale, più noiosa) non sono una scienziata, ma solo una che si interessa di scienza e tenta di farla capire in tutti i modi possibili agli altri e sono gattara un po’ per sbaglio e un po’ per caso. Circa 12 anni fa (eh sì, stanno cominciando a diventare vecchietti i miei amici) vivevo in una casa al centro storico, stupenda, con un terrazzo di 40 metri quadri, in parte coperto e ammobiliato e un panorama mozzafiato, ma vecchia e fatiscente e soprattutto funestata dai piccioni, piccioni ovunque e io sempre con la candeggina a pulire il terrazzo.

Al che qualcuno mi ha dato l’idea di prendermi un animale domestico e le mie figlie, che allora erano bambine, ne erano contentissime, allora ho chiamato un’amica veterinaria e lei mi dice: “Visto che sei spesso fuori per lavoro, perché non prendi due gatti invece di uno, così si tengono compagnia?”.

Così abbiamo adottato Pippo e Stella, due fratellini, e abbiamo deciso fin da subito che la loro casa sarebbe stata, il terrazzo, ma che le incursioni in casa sarebbero state ovviamente benvenute, soprattutto nelle giornate più fredde.

Essendo totalmente profana a proposito di gatti, non avendone mai avuti in vita mia, chiesi aiuto (con un messaggio privato) a una ragazza che era tra le mie amicizie di Facebook che vedevo sempre con i gatti, chiedendole cosa avrebbero potuto gradire i miei nuovi ospiti in terrazzo, coperte o cartoni, per rendere l’ambiente più confortevole e non l’avessi mai fatto: quella ha preso il mio messaggio privato e l’ha pubblicato, sbeffeggiandosi di me con i suoi amici, minacciandomi di denuncia per maltrattamento animali e intimandomi di farci dormire le mie figlie in terrazzo. Preciso che il mio terrazzo era immenso, coperto per uno spazio di 20 metri quadri dalle intemperie e che la mia amica veterinaria stessa mi aveva consigliato di tenerli là, poiché in quel periodo ero spesso fuori per lavoro e loro si sarebbero distratti giocando tra di loto, con qualche insettino, insomma che sarebbe stato meglio per loro, oltre che per me, poiché avrebbero tenuto lontani i piccioni.

Nota scientifica basata sulla mia esperienza con Pippo e Stella: non ci sono solo tante persone intelligenti tra i gattari, ci sono anche tanti esauriti… esauriti senza essere intelligenti, infatti attenzione: essere gattari sembra essere condizione necessaria dell’essere intelligenti, ma non sufficiente.

Vabbé, a parte questo particolare e al fatto che abbiamo cominciato la nostra convivenza con frequenti visite dal veterinario per esserci presi la tigna sia loro che io, i gatti sono vissuti felici e contenti nel terrazzo della discordia fino a che… non è arrivato il terremoto, il terribile sisma del 2016.

Nota scientifica basata sulla mia esperienza con Pippo e Stella: dopo aver provato costosissimi antimicotici ho scoperto che la tigna negli umani (non nei gatti, attenzione!) se ne va alla grande usando la tintura di iodio, ma attenzione a diluirla. Parlo di tigna intesa come infezione della pelle, non come difetto del carattere… per quello non c’è rimedio.

Ricordo ancora la paura, il terrore, l’aver sentito prima una scossa leggera, pensando che finisse presto, sentire che invece non terminava, anzi diventava sempre più forte… correre verso la porta, avendo cura di non aprirla, per non far uscire loro, che scappavano terrorizzati da una parte all’altra della casa, sentire le mura che si muovevano intorno a me, la maniglia della porta che stringevo che non stava ferma… e poi la casa inagibile e i pompieri che ci hanno aiutato a recuperare beni e gatti, e io e le mie figlie e i miei gatti dispersi in case diverse, perché non c’era un parente che potesse tenerci tutti e cinque insieme.

Nota scientifica basata sulla mia esperienza con Pippo e Stella: dobbiamo scordarci di tutte quelle teorie secondo le quali gli animali riescono ad avvertire i segni premonitori del terremoto: i miei erano tranquillissimi anche prima delle scosse maggiori del sesto grado Richter.

Pippo e Stella sono stati ospitati da mia zia per qualche mese, prima che la sua pianta decennale si seccasse (perché ovviamente che senso ha usare la lettiera quando la pianta è così comoda?) e ricordo chiaramente come mi tenessero il muso ogni volta che li andavo a trovare, era come se non mi riconoscessero più… ricordo come mi mancavano, ogni volta che vedevo un video di gatti su Facebook piangevo. I gatti sono importanti compagni di vita!

Poi ho scelto la casa nuova, ma mica l’ho scelta in base ai miei gusti, l’ho scelta in base a cosa potesse piacere alle mie figlie e ai miei gatti: una bella casa con un grande giardino, il giardino più grande della casa, che mi è costato un occhio della testa mettere in sicurezza, così i gatti non sarebbero usciti (credici sì… sono riusciti a trovare almeno quattro vie di fuga) un fosso vicino, in cui trovano i regalini per la mamma, tanti amici umani tutti intorno e persino un Hotel, di cui sono diventati le mascotte.

Nessuna descrizione della foto disponibile.
Stella, the queen of the garden

La casa è piccola, ma antisismica…

Avevo paura che faticassero ad ambientarsi alla casa nuova, invece si sono ambientati prima di me e mi aiutano, mi aiutano così tanto che non ci avrei mai creduto… ora che sto cambiando lavoro e studio si mettono vicini a me, si addormentano sui libri e sugli appunti, mi riempiono il cuore di tenerezza… litigo con le mie figlie (adolescenti entrambe) e loro ci vengono vicini preoccupati, ci miagolano vicini, così che finiamo non per riabbracciarci io e le mie figlie tra di noi, ma almeno ad abbracciare e riempire di baci lo stesso gatto che ha fatto da ambasciatore di pace…

Nota scientifica basata sulla mia esperienza con Pippo e Stella: se un umano bacia un gatto e un altro umano bacia lo stesso gatto, anche se i due umani hanno appena litigato presto rifaranno pace, per la proprietà transitiva dei gatti.

I miei due a-mici mi vengono a trovare quando do ripetizioni ai ragazzi e li annusano attentamente, a volte entrano nelle loro borse e rubano loro i fazzoletti di carta, facendoci morire dalle risate…

Quando aiuto i ragazzi in inglese questo è il mio esempio preferito per spiegare come funzionano le s nel plurale e la terza persona singolare nel present simple: the cat eats/cats eat. Quando li aiuto con la matematica a distanza ci aiutano a farci due risate quando si siedono sul foglio che sto inquadrando proprio mentre spiego…

Nota scientifica basata sulla mia esperienza con Pippo e Stella: è meglio sorridere ogni tanto mentre si studia, si impara meglio.

Potrebbe essere un'immagine raffigurante gatto
Stella assiste una delle mie ragazze nella DAD

So che così, liberi, i miei gatti sono esposti ai pericoli, ma so anche che sono felici, liberi di uscire e di tornare a casa quando vogliono, so anche che le mie figlie stesse corrono dei rischi quando escono, li correranno quando andranno fuori a lavorare o a studiare, ma le mie paure me le devo tenere e lasciarli vivere la loro vita liberi, felici, nel sole…

Potrebbe essere un'immagine raffigurante gatto e attività all'aperto
Pippo controlla che l’attività di relax sia efficace

Attenzione però: i gatti non sono grandi matematici…

Trigonometria

Nel seguente prospetto possiamo analizzare tutti gli angoli notevoli della circonferenza, con i valori corrispondenti di seno e coseno (la tangente si ricava facilmente facendo il seno diviso il coseno).

File:Unit circle angles.svg
Prospetto di tutti gli angoli notevoli
Gustavb (talk · contribs), Public domain, via Wikimedia Commons

Gli angoli notevoli sono (0 radianti), 90° (mezzo radiante), 180° (1 radiante), 270° (1 radiante e mezzo) e 360° (2 radianti, posizione coincidente con quella a 0 radianti), inoltre ci sono quarti, i terzi e i sesti di radiante.

I quarti di radiante si ottengono dividendo ogni radiante in 4 parti (cioè ciascuno dei 4 quadranti del piano cartesiano in due parti uguali) il che equivale a dividere i 4 angoli retti, che insieme compongono un angolo giro, ognuno in due angoli da 45°.

QUARTI
TERZI
SESTI

Nomenclatura Chimica Organica

Per rappresentare le molecole ho usato i modellini che si trovano qui nella versione più completa e qui nella versione più elementare.

In questi modellini ogni asticina è un legame, ogni pallina un atomo e ogni foro in cui inserire le asticine nelle palline è la disponibilità a fare un legame degli atomi.

Le palline nere rappresentano il carbonio, quelle bianche l’idrogeno e quelle rosse l’ossigeno.

ALCANI: ibridazione sp3, geometria tetraedrica (tridimensionale)

Etano

ALCHENI: ibridazione sp2, geometria planare (bidimensionale)

Etene (Etilene)

ALCHINI: ibridazione sp, geometria lineare

Etino (Acetilene)

ALCOLI: gruppo OH

Etanolo (Alcol etilico)

ALDEIDI: gruppo carbonile all’estremità

Metanale (Formaldeide)
Etanale (Acetaldeide)

CHETONI: gruppo carbonile al centro

Propanone (Acetone)

ETERI: ossigeno ponte al centro

Etere dimetilico

ACIDI CARBOSSILICI: gruppo carbossilico

Acido metanoico (formico)
Acido etanoico (acetico)
Acido propanoico (propionico)

Ingegnera o ingegnere?


Nel blog che ho iniziato da poco in genere scrivo di scienza e di solito, quando ho finito di documentarmi su qualcosa, mi trovo ad avere le idee molto più chiare sull’argomento in questione; ora che ho finito di concepire questo articolo, invece, ho le idee più confuse di quanto le avevo prima, almeno riguardo all’opportunità o meno per me, ad esempio, di pretendere di essere chiamata “ingegnera” piuttosto che “ingegnere”. Magari, chissà, è giusto così, non avere cristalline certezze riguardo a qualcosa che riguarda un tema molto delicato come quello del divario di genere, altrimenti detto gender gap, per i non anglofobi.
Più o meno è dal periodo di Sanremo che mi porto dietro questo dilemma esistenziale: “Ingegnere o ingegnera, cosa sono io?” e in questa giornata del 25 aprile vorrei liberarmi di tutto il fardello di pensieri che mi attanaglia.
Ovviamente è dal periodo di Sanremo 2021 che questo dubbio atroce ha assunto più vigore, indovinate perché?

In realtà già poco tempo prima di Sanremo era cominciata la mia crisi di identità, quando ho posto un quesito in un gruppo Facebook di chimici, presentandomi come “un’ingegnere” e sentendomi replicare che con la chimica me la cavavo, ma che di italiano non ci capivo un bel niente, perché se uso l’articolo con l’apostrofo allora dovevo usare “ingegnera”.
E io che pensavo di potermela cavare con un apostrofo rosa tra l’articolo indeterminativo e la mia qualifica!
Il chimico in questione che mi ha fatto quel commento era stato un po’ acido, ma aveva ragione: scrivere “un’ingegnere” è un errore, perché “ingegnera” in italiano esiste, sia nei dizionari che come possibilità contemplata nelle nostre regole grammaticali (è una parola che si declina, proprio come succede a “infermiere”) anche se non è troppo usato. Citando Massimo Birattari: scrivere un’ingegnere è esattamente come scrivere un’amico (ingegnere non è ambigenere come insegnante, e non scriveresti un’infermiere per indicare un’infermiera, no?)
Attenzione quindi, questo non lo sostengo io, che non sono una linguista, ma persone che di professione fanno i linguisti e della cui autorevolezza mi fido , quindi questo articolo non vuole assolutamente mettere in dubbio ciò che sostengono degli studiosi che di sicuro ne capiscono molto più di me: a ognuno il suo mestiere!
A partire da questo presupposto – che ingegnera esiste – ogni donna che possiede la laurea in ingegneria e l’abilitazione a operare come ingegnere (ingegnera?) è però a mio parere libera di chiamarsi come vuole. Perché la penso così?
Per comodità, quando vorrò intendere ingegnere o ingegnera riferito a una donna nell’ambito di questo articolo, ho deciso che userò la schwa, scrivendo ingegnerə: sinceramente non ho ancora capito se questo simbolo mi piace o no (un po’ mi tenta, per comodità e perché sembra meno discriminante del plurale maschile inclusivo, un po’ mi spaventa, proprio come l’asterisco, perché ho paura che si avvicini un po’ a questa tendenza), di sicuro però mi torna utile in questa occasione.

Potrebbero esserci molti errori in questa mia riflessione, ma ho deciso di condividerla lo stesso, perché da un po’ questo è il mio motto (ho cominciato a seguire questa ragazza per i video di chimica ed è troppo simpatica) e dovrebbe essere il motto di tutte le ingegnerə, ma forse non solo il loro:

Essendo il tema molto delicato, raccolgo qui le mie esperienze e quelle di alcune colleghe sotto forma di un’intervista fatta a Margherita, un’ingegnerə fittizia che mi racconterà le sue esperienze. Margherita, altro che dolce vita…


Prima di tutto, io non faccio troppo testo, in quanto mi sono laureata in ingegneria senza voler fare l’ingegnerə, almeno senza aver mai voluto occuparmi di progettazione, cosa che nella vita ho però fatto, ma solo perché dovevo mangiare e dare da mangiare alle mie figlie: io ho sempre avuto il desiderio di difendere l’ambiente e di occuparmi di divulgazione scientifica (cosa questa che non ho mai potuto fare troppo finora, per una serie di motivi che sarebbe troppo lungo spiegare qui) e ho scelto ingegneria unicamente perché era la facoltà che mi sembrava più completa e multidisciplinare, in quanto poteva darmi la possibilità di approfondire delle materie scientifiche come la matematica, la fisica, la chimica, la geologia, ma anche molte materie tecnologiche e persino l’economia e il diritto, seppur queste ultime in modo marginale.
Inoltre, ho una laurea del vecchio ordinamento in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, un’ingegneria che qualcuno definisce “tra le più facili”, sorellina minore rispetto alle ben più complicate e altisonanti “Ingegnera aerospaziale” o “Ingegneria delle telecomunicazioni”, anche se ho sostenuto le materie del biennio (cioè quelle che notoriamente costituiscono i più grossi scogli iniziali, come analisi matematica e fisica) insieme ai colleghi di queste altre specializzazioni più “ambite”, avendo a che fare con stessi programmi, stessi professori e stesso identico trattamento e in media con le stesse identiche difficoltà, quindi non credo troppo a questa stigmatizzazione per un corso di laurea che guarda caso annovera una delle più alte percentuali di studentesse tra le iscritte e di laureate.
Comunque sia io sono consapevole di essere ingegnerə più per sbaglio che per vocazione e nella mia trattazione mi baserò sull’esperienza di donne che erano fin dal principio più determinate di me a fare questo mestiere.
Negli ultimi giorni ho postato due articoli che hanno scatenato l’inferno su un gruppo di Facebook, uno su una giovane donna di origine straniera che preferisce farsi chiamare “ingegnere” piuttosto che “ingegnera” e uno su una donna araba che viene chiamata “ingegnera” da chi scrive l’articolo su di lei. Entrambi i post sono stati oggetto di accese critiche e discussioni, perdendo di vista le due donne in questione e i traguardi da loro raggiunti.

Onore a queste due donne che hanno raggiunto traguardi così importanti, indipendentemente da come vogliono essere chiamate e da come vengono chiamate.
Personalmente non mi schiero né dalla parte del partito pro-ingegnera né dalla parte del partito pro-ingegnere, perché capisco chi preferisce farsi chiamare sia nell’uno che nell’altro modo.
Riguardo a chi preferisce e ci tiene a farsi chiamare “ingegnera”, prima di tutto mi trovo d’accordo perché è corretto dal punto di vista grammaticale, e, anche se personalmente non sono convinta che un nome riesca a fare la differenza e a condizionare la realtà, perché non provare?
Questa è anche la teoria della socio linguista Vera Gheno e io spero davvero che chiamare le professioni con il loro nome corretto aiuti a cambiare la realtà.


Dalla parte delle “ingegnere” c’è inoltre una “ingegnera” davvero illustre e che stimo tantissimo, come Samantha Cristoforetti, che ha ammesso pubblicamente su Twitter di preferire chiamarsi al femminile e che nel seguente link ufficiale del sito dell’ESA viene definita “ingegnera di bordo”.

Purtroppo la descrizione comincia con il calco inglese “avida lettrice”, cosa che non mi aspetterei dal sito dell’ESA, ma così è…

Riguardo a chi preferisce e ci tiene a farsi chiamare “ingegnere”, ha tutta la mia comprensione lo stesso, perché, come spiegato molto bene nell’ultima parte di questo video (un confronto molto interessante, equilibrato e realista tra diverse donne che svolgono la professione di ingegnerə a proposito del divario di genere e del fatto che per le donne sia così difficile rompere il “soffitto di cristallo”) usare “ingegnera” sembra porre l’accento su una diversità, mentre invece si sta cercando di raggiungere la parità di trattamento e di considerazione.


Una delle ingegnerə del video fa presente che la sua professione si chiama ufficialmente “professore associato”, quindi non può chiamarla altrimenti, nemmeno volendo, e sostiene inoltre c’è una revisione del linguaggio tra nomi femminili e maschili (non solo riguardanti le professioni) che dovremo fare più ad ampio spettro, citando un famoso monologo di Paola Cortellesi.

Però è anche vero che siamo diverse, come sostengono anche le professioniste del video sopra, e non è detto che la diversità sia un difetto, ma purtroppo così viene considerato al giorno d’oggi e a questo punto voglio coinvolgere la mia amica Margherita, che ci racconta la sua esperienza.
Margherita è madre e a ogni trasferta di lavoro ha sofferto molto per la lontananza dai suoi figli. Pur avendo avuto un’istruzione simile e addirittura in qualche caso superiore a quella dei suoi colleghi non ha fatto carriera nel posto in cui lavora, forse perché ha sempre cercato di anteporre la famiglia al lavoro, nei limiti del possibile.
Margherita sostiene di avere un’amica fisica che dopo la nascita delle sue bambine ha chiesto il part time e da allora ha subito la una forte discriminazione da parte dei dirigenti della sua azienda, che cominciarono a estrometterla da tutte le riunioni più importanti e a praticare un’odiosa forma di mobbing, tanto da provocarne le dimissioni.
Margherita, invece, dopo la nascita dei suoi figli ha chiesto il part time ed è riuscita a mantenerlo, pur soffrendo per il fatto di non riuscire ad esprimersi a pieno dal punto di vista lavorativo nell’azienda dove lavora da anni, in quanto non ha le possibilità che hanno i suoi colleghi maschi o le sue colleghe senza figli di rimanere troppo a lungo al lavoro o di fare lunghe trasferte.


Margherita riferisce di aver sentito la disapprovazione di due sue colleghe, senza figli, che hanno avuto la possibilità di “scavalcarla” lavorativamente, per le ragioni esposte sopra, che nel frattempo sostenevano che “quando avrebbero avuto figli non avrebbero assolutamente lasciato condizionare la loro carriera da questo evento”, affermandolo con assoluta certezza (mentre Margherita faticosamente cercava di mantenere il suo lavoro, con un livello inferiore al loro, e di essere al contempo una mamma presente): le stesse colleghe, dopo poco tempo dalla nascita del loro primo figlio, non hanno nemmeno chiesto il part time: si sono direttamente dimesse.

Margherita riferisce anche di aver cominciato a lavorare per alcuni anni come ricercatrice presso l’università e di aver avuto una donna come superiore che si è comportata in modo tremendo con lei, tanto che proprio in quegli anni le si è scatenata una malattia autoimmune alla tiroide per lo stress.
A volte, soprattutto nel lavoro, non è vero solo il detto homo homini lupus, ma anche quello corrispondente mulier mulieri lupa: può succedere che siano proprio le donne le peggiori nemiche tra di loro, invece di essere alleate, e comunque sono le donne a doversi difendere di più dagli attacchi provenienti da entrambi i sessi (e che con tutta probabilità potrebbe avvenire anche da un eventuale futuro genere neutro), per il fatto di essere più deboli, più vulnerabili, più insicure, meno competenti, meno affidabili.
A volte sembra che quella “e” alla fine della parola rappresenti una conquista, un baluardo da cui si ha paura di uscire, dopo tanti sforzi, per non trovarsi di nuovo vulnerabili e questa non è retorica femminista: è la realtà, è realtà di vita vissuta da tantissime donne, in particolare coloro che si trovano ad essere professioniste e mamme e discriminate per questo.


Inoltre, sul diploma di laurea c’è scritto “dottore in ingegneria” anche per le donne (sinceramente non ricordo cosa ci fosse scritto nell’attestato dell’esame di Stato, perché l’ho perso, ma mi ci gioco la casa che c’era scritto “ingegnere”, quindi perché dovrebbero essere le donne laureate in ingegneria a pretendere di cambiare le cose? Personalmente credo che abbiano già dato il loro contributo impegnandosi, studiando e facendo sacrifici, spesso in un ambiente ostile, perché aumenti la rappresentanza femminile in certe professioni, quindi non vanno condannate se vogliono chiamarsi come si sentono più a loro agio.
Così la pensa anche Licia Corbolante, che un po’ piccata cita in uno dei suoi articoli un battibecco avuto con la giornalista Monica Sargentini, in cui quest’ultima risponde “e perché mai dovrebbero decidere loro?” all’affermazione “va preso atto che maggior parte ing avv arch <50 anni NON vuole la forma F., a loro ultima parola”.

Stimo molto sia Monica Sargentini che Licia Corbolante, ma mi trovo più d’accordo con la seconda in questo caso: una donna sarà o no libera di chiamarsi come vuole, senza sentirsi vomitare addosso fiumi di odio e disapprovazione?
A questo proposito vorrei spezzare una lancia per Beatrice Venezi, che ha detto una corbelleria affermando che “direttrice d’orchestra” è sbagliato, arrogandosi il diritto di dare un parere da linguista quando linguista non è, ma prima di tutto è libera di definirsi come vuole, secondo ha contribuito anche lei, con il suo impegno e i suoi risultati, alla battaglia del femminismo. Ognuno contribuisce con i suoi mezzi e, senza nulla togliere a chi combatte in altri modi, lei ha fatto la sua come meglio ha potuto, credo, raggiungendo questi livelli e mantenendosi femminile, anche se non nel nome che ha scelto per descrivere la sua professione.


Licia Corbolante ha analizzato la questione del sessismo linguistico in diversi articoli del suo blog, tra i quali Linee guida contro il sessismo linguistico e Donne e grammatica. Questo è il libro di Cecilia Robustelli citato in uno degli articoli:


Quello che preferisco tra gli articoli di Licia Corbolante su questo tema è tuttavia questo, in cui si parla della “capitana” Carola Rackete, termine che funziona benissimo, pur non essendo troppo esatto (il termine giusto sarebbe stato “comandante”) perché in contrapposizione con l’altro “capitano” che remava in direzione completamente opposta a lei

Quindi, capitana o capitano, ingegnera o ingegnere, l’importante è andare oltre questa coltre di disparità, che non accetta di vedere le donne in determinate posizioni, non accetta di vederle realizzate nel rispetto delle loro diversità e non accetta che si vogliano far chiamare come vogliono loro.

Per caso, dopo aver scritto il mio articolo, ho trovato questo di Marilisa Dalla Massara, che ha vissuto più o meno le mie stesse esperienze e le racconta in modo davvero simpatico e brillante. A differenza mia è arrivata a maturazione, raggiungendo quello che chiama l’ultimo stadio, che io non riesco ancora a raggiungere (però bisogna dire che non lavora più proprio come ingegnere/a/schwa, il che le garantisce un certo distacco).

Come scrivere le reazioni chimiche

Il principio fondamentale delle reazioni chimiche è che nulla si crea e nulla si distrugge, come enunciato dalla legge di Lavoisier.
Le equazioni chimiche sono u a rappresentazione schematica delle reazioni chimiche. Una delle prime semplici regole da rispettare è verificare che esista uguaglianza tra reagenti e prodotti: il numero degli atomi a sinistra dell’equazione deve essere uguale al numero degli atomi a destra, nei prodotti: a questo scopo è necessario bilanciare correttamente le reazioni aggiungendo gli opportuni coefficienti stechiometrici all’equazione scheletro (l’equazione in cui non sono ancora stati assegnati i coefficienti stechiometrici).

Ma come scrivere l’equazione scheletro?

In genere le reazioni chimiche possono essere di due tipi: le reazioni acido-base, in cui gli elementi presenti nei reagenti conservano il loro stato di ossidazione anche
nei prodotti, e le reazioni redox, in cui nel passaggio da reagenti a prodotti cambia lo stato di ossidazione di almeno due elementi.

In alcuni casi, quando la reazione avviene in soluzione acquosa, può essere utile scrivere i composti che partecipano alla reazione nella forma reale in cui si trovano e cioè, per alcuni di essi, in forma dissociata nei diversi ioni, a seconda delle loro caratteristiche.
Per le reazioni redox si possono considerare dissociati in soluzione acquosa tutti i
composti di tipo ionico come: gli idrossidi, gli ossiacidi, gli idracidi e i sali. i composti che invece non si dissociano sono gli ossidi, i perossidi e i composti binari con l’idrogeno tranne gli idruri che si dissociano nel catione metallico e in ioni H (La nomenclatura IUPAC considera “idruri” non solo i composti in cui l’idrogeno ha numero di ossidazione -1, ma tutti i composti binari dell’idrogeno, ma in questo caso consideriamo solo quelli in cui l’idrogeno ha numero di ossidazione -1).

Per quanto riguarda le reazioni acido-base dobbiamo lasciare invece indissociati anche i composti ionici poco solubili come:

– gli idrossidi di tutti i metalli eccetto gli alcalini (litio (Li), sodio (Na), potassio (K), rubidio (Rb), cesio (Cs) e Francio (Fr))

– i solfuri, i carbonati e i fosfati della maggior parte dei metalli pesanti, i sali di argento e i solfati dei metalli alcalino-terrosi e di piombo

Dopo che gli ioni o gli elementi si sono dissociati, come tendono a ricomporsi?

Le regole da seguire per scrivere la formazione delle formule sono quelle basate sui numeri di ossidazione degli elementi che li compongono o sulla carica degli ioni nel caso di dissociazione ionica.

Ad esempio esaminiamo questa dissociazione ionica:

CaCl2 + Na2SO4 <—> 2NaCl + CaSO4

CaCl2 si dissocia in Ca e Cl2, mentre Na2SO4 si dissocia in Na2 e SO4.

Cominciamo con il considerare il Calcio, che ha come unico numero di ossidazione 2+, quindi lo ione Ca avrà 2 cariche positive e sarà Ca2+, di conseguenza Cl2 avrà due cariche negative e quindi ogni atomo di Cloro sarà caratterizzato da una carica negativa Cl.

Per quanto riguarda il Sodio, anch’esso ha l’unico numero di ossidazione +, quindi Na2 avrà 2 cariche positive e ogni atomo di Sodio sarà caratterizzato da 2 carica positiva Na+, di conseguenza anche lo ione SO4 avrà due cariche negative e sarà SO42-.

Quindi, nei prodotti Cl si combinerà con Na+, avendo questi due elementi numeri di ossidazione “complementari”, mentre Ca2+ si combinerà con SO42- per lo stesso motivo.

Impara i verbi irregolari con le canzoni: Yesterday

Nella canzone “Yesterday” dei Beatles ci sono moltissimi verbi al passato e quindi un sacco di spunti per imparare i paradigmi dei verbi irregolari.

“Yesterday, all my troubles seemed so far away” – “Ieri tutti i miei guai sembravano così lontanissimi”. Un’altra canzone un po’ triste, ma bellissima, grazie alla quale possiamo ricordare che YESTERDAY=IERI e FAR=LONTANO insieme ad AWAY=VIA significa LONTANISSIMO, MOLTO DISTANTE

Andiamo ora ad analizzare il testo di questa canzone, evidenziando i verbi:

Yesterday, all my troubles seemed so far away
Ieri, tutti i miei problemi sembravano così lontani

Now it looks as though they‘re here to stay
Ora sembra che siano qui per restare

Oh, I believe in yesterday
Oh, io credo nel passato

Suddenly, I’m not half the man I used to be
Improvvisamente, non sono nemmeno la metà dell’uomo che ero

There’s a shadow hanging over me
C’è un’ombra appesa sopra di me

Oh, yesterday came suddenly
Oh, il passato è venuto all’improvviso

Why she had to go?
Perché lei se n’è dovuta andare via?

I don’t know, she wouldn’t say
Non lo so, non volle dirlo

I said something wrong
Ho detto qualcosa di sbagliato

Now I long for yesterday
Ora desidero proprio tanto il mio ieri

Yesterday, love was such an easy game to play
Ieri, l’amore era un gioco così facile da giocare

Now I need a place to hide away
Ora ho bisogno di un posto dove nascondermi

Oh, I believe in yesterday
Oh, io credo nel passato

Why she had to go
Perché lei se n’è dovuta andare?

I don’t know, she wouldn’t say
Non lo so, non ha voluto dirlo

I said something wrong
Ho detto qualcosa di sbagliato

Now I long for yesterday
Ora desidero così tanto il mio ieri

Yesterday, love was such an easy game to play
Ieri, l’amore era un gioco così facile da giocare

Now I need a place to hide away
Ora ho bisogno di un posto dove nascondermi

Oh, I believe in yesterday
Oh, io credo nel passato

Qui c’è un’altra canzone molto utile, Last Christmas degli Wham!

Pillbox = distribuzione di probabilità uniforme (rettangolare)

Immagine tratta da https://aliveuniverse.today/rubriche/ricreazioni-matematiche/2041-la-distribuzione-di-gauss

Immagini tratte da: https://aip.scitation.org/doi/pdf/10.1063/1.5067222