Dante e la scienza

Mentre al giorno d’oggi dobbiamo quasi tutti scegliere se avere una formazione umanistica o scientifico-tecnica, l’uomo colto del Medioevo non concepiva il sapere a “compartimenti stagni” come noi: così con Dante, l’uomo del Medioevo per eccellenza, la descrizione dei fenomeni naturali in chiave estetica non prescinde dai principi fisici che li governano.

Dante infatti, che nel Convivio si offre di distribuire pane e vivande (scienza e poesia) ai suoi commensali, tocca nelle sue opere davvero innumerevoli aspetti del sapere umano (“canoscenza” umana, per dirla con le sue parole), spaziando in mol: non solo la filosofia, la teologia, l’etica, la politica, le lettere e le arti in generale, ma anche la medicina, le scienze naturali, la geografia, la fisica e l’astronomia.

Di seguito sono riportati solo alcuni dei numerosissimi richiami alla scienza presenti negli scritti del sommo poeta.

Dante e la geologia

Come Dante comincia il suo viaggio dall’Inferno, cosi noi cominciamo il nostro excursus dalle viscere della terra.

Proprio nell’Inferno dantesco si trovano riferimenti a terremoti, idrogeologia, depositi di travertino, struttura delle montagne, modellamento del paesaggio, per poi arrivare, nel viaggio verso il Paradiso, alla struttura del pianeta Terra e dell’intero cosmo.

Molte delle teorie abbracciate da Dante riguardo alle scienze della Terra potrebbero farci sorridere, alla luce di ciò di cui siamo consapevoli ora, ma bisogna tener conto dello stadio totalmente nebuloso in cui versavano le conoscenze del tempo al riguardo; basti pensare che lo stesso termine “geologia” non era ancora stato coniato.

Nella visione dantesca, che come vedremo successivamente concepisce la forma della Terra non piatta, ma sferica, solo l’emisfero settentrionale risultava occupato da terre emerse e abitato (non vi era logicamente ancora conoscenza di America, Australia e Africa centro-meridionale), con Europa, Asia e Africa che costituivano la gran secca, di profilo semicircolare.

Si immaginava invece che l’emisfero meridionale fosse occupato dalle acque del grande oceano, probabilmente eredità diretta di Aristotele che considerava l’emisfero nord come sede della generatio e corruptio, mentre l’emisfero sud, dove Dante posiziona la montagna del Purgatorio, era considerata il mondo sanza gente.

Dante riesce a comunicare tutto questo con la bellezza dei suoi versi, quando nel Canto XXVI descrive il folle volo di Ulisse, che lancia i suoi compagni e la sua conoscenza oltre il limite invalicabile delle Colonne d’Ercole:

“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti all’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
de’ nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Diversi e numerosi sono i riferimenti geomorfologici presenti nell’Inferno, in cui Dante riesce a usare sapientemente vere e proprie metafore geomorfologiche, come nella famosa contrapposizione tra valle (sede della selva oscura), che rappresenta l’aberrazione e il peccato, e il colle (chiamato anche dilettuoso monte), che rappresenta l’armonia e la virtù, presente nel primo Canto dell’Inferno:

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto

Picture
Dante e le tre fiere (G. Stradano, 1587)

Nel Canto IX dell’Inferno Dante descrive invece in modo quasi scientifico il fenomeno di un uragano estivo, usando l’espressione impetuoso per li avversi ardori riferendosi alla forza del vento attratto in zone di aria calda e rarefatta:

E già venía su per le torbide onde
un fracasso d’un suon, pien di spavento,
per che tremavano amendue le sponde,
non altrimenti fatto che d’un vento
impetuoso per li avversi ardori,
che fier la selva e senz’alcun rattento
li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
e fa fuggir le fiere e li pastori.


Tra i riferimenti più strettamente geologici, i più numerosi sono quelli riferiti a terremoti e fenomeni sismici in generale. Ne troviamo traccia nel III Canto dell’Inferno, quando Dante descrive mirabilmente lo spavento dovuto a un forte terremoto:

Finito questo, la buia campagna
tremò sí forte, che dello spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.
La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;
e caddi come l’uom che ’l sonno piglia

Uno dei riferimenti più famosi è trovato tuttavia nel Canto XII dell’Inferno, dove il Poeta parla dei Lavini di Marco, un gruppo di frane oloceniche tra Rovereto e Serravalle, famose per aver portato alla luce impronte di dinosauro del Giurassico Inferiore.

I due viaggiatori degli inferi stanno scendendo lungo un sentiero impervio e irregolare, quando Dante invoca l’immagine familiare della valle dell’Adige:

Era lo loco ov’ a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,
tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.
Qual è quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,
che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:
cotal di quel burrato era la scesa;


Il termine alpestro in Dante indica ‘montagna’ in senso generale, senza riferirsi necessariamente al sistema alpino.

Nell’interpretazione della gigantesca frana, Dante cita due possibili spiegazioni scientifiche, un fenomeno sismico (per tremoto) o una erosione a opera delle acque che, scalzando alla base il pendio, ne ha causato il crollo (per sostegno manco).


Nel canto XIV dell’Inferno Dante e Virgilio passano attraverso un deserto sabbioso (rena arida e spessa) camminando lungo gli argini di un fiume ribollente che si diparte dal Flegetonte:

Tacendo divenimmo là ‘ve spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.
Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt’era ‘n pietra, e ‘ margini da lato;
per ch’io m’accorsi che ‘l passo era lici.


Anche in questo caso il poeta descrive dettagliatamente la geologia del luogo attraversato per spiegare le caratteristiche del ruscello che scorre nell’Inferno, menzionando al riguardo le sorgenti di acqua solfurea situate vicino a Viterbo e conosciute con il nome di Bullicame.

Oltre al ribollire classico della acque, tipico di contesti solfurei, il poeta puntualizza che, come per il Bullicame, il fondo e i margini erano costituiti in pietra (Fatt’era ’n pietra, e’ margini da lato), quindi cementati e duri se comparati ai sedimenti sabbiosi sciolti appena attraversati da Dante e Virgilio: i margini litificati del Bullicame sono formati esattamente dalle incrostazioni di travertino idrotermale, con deposizione di carbonato catalizzato dall’azione di attività microbiale, tesi ritenuta non corretta dall’esegeta di Dante Sapegno, ma invece sorprendentemente valida.

Il riferimento di Dante alla formazione del travertino è stato così antico e importante da ricevere il plauso persino da uno dei padri della geologia dei carbonati, Robert L. Folk, che, riferendosi al passo dell’Inferno, lo definisce come “sicuramente uno dei primi esempi descritti di diagenesi dei carbonati”.


Le formazioni geologiche vengono citate in causa anche nell’invettiva del Canto XV contro Firenze, da cui il poeta è stato esiliato:

Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno


Il Sommo Poeta menziona qui il termine macigno per denotare un elemento caratteristico del paesaggio dove vivono gli “ingrati” fiorentini, riferendosi molto probabilmente al litotipo affiorante estesamente nel territorio Toscano (ma anche in Liguria, Emilia Romagna, Umbria e Lazio): “Macigno” è infatti un classico e antico termine litostratigrafico italiano.

In questo articolo, da cui ho attinto molte informazioni, e in questo studio si trovano maggiori dettagli sulla presenza di riferimenti alla geologia nell’opera di Dante.

Dante e la geografia

Nella Divina Commedia compaiono molti riferimenti e molte similitudini afferenti agli elementi paesaggistici che Dante conosceva direttamente o indirettamente: ad esempio quando cita gli affluenti del Po (seguaci sui) nel canto V dell’Inferno:

Siede la terra dove nata fui
sulla marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui

Nel Canto XXXII il poeta nel descrivere il fondo dell’Inferno, occupato dal lago ghiacciaio di Cogito, si riferisce al Danubio e al Don e menziona i cieli di Russia: il ghiaccio del lago era talmente spesso e duro che non avrebbe ceduto neanche se un intera montagna vi fosse caduta dentro:

Non fece al corso suo sì grosso velo
di verno la Danoia in Osterlicchi,
né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,
com’era quivi; che se Tambernicchi
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l’orlo fatto cricchi.

Nel Canto VII, nel descrivere gli avari e i prodighi, condannati a correre da direzioni opposte e urtarsi, Dante usa il fenomeno naturale causato dall’urto delle onde del mar Ionio contro quelle del Tirreno nello stretto di Messina, descritto anche nell’Eneide di Virgilio:

Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi;

Dante e l’etologia

Nei versi di Dante si trovano chiari riferimenti all’organizzazione degli esseri viventi, con particolare riferimento al loro comportamento (etologia), utilizzata come sorgente primaria di metafore con implicazioni prettamente etiche. 

Questo è il mio suggerimento per approfondire:

Dante e la matematica

I riferimenti matematici nelle opere di Dante sono molti e significativi: ho scritto un intero articolo al riguardo e inoltre molti spunti si trovano in questo libro di Bruno d’Amore:

D'Amore Bruno – RSDDM
Bruno d’Amore – La matematica nell’opera di Dante Alighieri

Dante e l’astronomia

L’astronomia è per Dante la scienza più nobile, paragonata a Saturno, il pianeta più lontano dalla terra, quindi più alto e più difficilmente raggiungibile.

La Divina Commedia è infatti ricchissima di riferimenti astronomici.

Nell’incipit dell’Inferno, sembra quasi che Dante si riferisca ai buchi neri, regioni dello spazio-tempo costituiti da stelle infinitamente dense che collassano su se stesse e in cui c’è un orizzonte degli eventi che è un punto di non ritorno (anche se Dante in realtà è riuscito a uscire dall’Inferno):

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate

Nel I Canto del Paradiso Dante descrive l’ordine dell’Universo:

Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante
Qui veggion l’alte creature l’orma
de l’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.
Nell’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro ve men vicine.

Il sistema a cui si riferisce Dante è geocentrico, ma la Terra di Dante è una sfera, a dispetto del pensiero comune che vuole l’uomo medievale “terrapiattista”.

D’altronde anche gli antichi greci avevano intuito che la Terra fosse di forma sferica e nel III secolo a.C. Eratostene di Cirene (città che si trova nell’odierna Libia) misurò addirittura il raggio della Terra ottenendo una misura che differisce solo del 5% dal valore attualmente conosciuto.

Ma lo spazio di Dante è molto più complesso di quanto si possa immaginare: nel Canto XXVII del Paradiso Dante presenta l’Empireo come un cerchio di luce e amore che circonda il Primo Mobile, proprio così come quest’ultimo circonda e avvolge gli altri cieli sottostanti:

Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
sì come questo li altri; e quel precinto
Colui che ‘l cinge solamente intende

Quando nel XXVIII Canto del Paradiso Dante e Beatrice si affacciano al Primo Mobile, Dante afferma di trovarsi davanti un altro universo, che corrisponde al cerchio che più ama e che più sape.

L’universo di Dante ha la Terra al centro, con i gironi infernali al suo interno e circondata dai pianeti, dal cielo e delle stelle fisse, poi dal Primo Mobile e infine dall’Empireo, sede esclusiva del divino, ma presenta anche una struttura aggiuntiva, che si trova separata, al di fuori del Primo Mobile, composta dai nove cerchi angelici, e la candida rosa, che appare normalmente in una zona intermedia dello schema dantesco.

In questa visione il punto che rappresenta Dio risulta essere il centro dell’universo, e al tempo stesso lo circonda in ogni direzione, come Dante esplicitamente afferma nel XXX Canto del Paradiso: parendo inchiuso da quel ch’elli ‘nchiude.

Quindi, anche se a un occhio superficiale l’universo di Dante sembra geocentrico, il punto dal quale ha avuto origine l’universo (da quel punto depende il cielo e tutta la natura) è proprio il centro di tutto e la sede dell’amore che move il sole e l’altre stelle e non sembra proprio appartenere alla Terra.

Secondo il matematico tedesco Andreas Speiser l’universo di Dante in realtà è concepito non come uno schema dei cerchi concentrici su un foglio piano, ma come sfere concentriche immerse in uno spazio che non è solo tridimensionale, ma presenta una quarta coordinata (ottenendo una 3-sfera o ipersfera): concetto difficile da capire anche per noi, nonostante ora siano stati scoperti gli strumenti matematici per descrivere questi tipi di geometrie non euclidee, ma che risulta davvero sorprendente se pensiamo che sia stato un uomo del Medioevo a concepirlo!

Per maggiori dettagli riguardo all’universo di Dante rimando a questo video della Professoressa Elena Tenze:

e il seguente libro:

Dante e la luce

Dante descrive la luce in molte delle sue molteplici manifestazioni:

La luce, per il suo valore simbolico e al tempo stesso per la varietà e la bellezza delle sue manifestazioni fisiche, gioca un ruolo centrale nella scenografia della Commedia. Così, ad esempio, uno dei fenomeni più spettacolari che ha per protagonista la luce, l’arcobaleno, viene descritto nel canto XVV del Purgatorio:

E come l’aere, quand’è ben pïorno,
per l’altrui raggio che ‘n sé si reflette,
di diversi color diventa addorno.

Nel XII canto del Paradiso, Dante descrive i cerchi concentrici formati dagli spiriti sapienti, tra cui San Tommaso e San Bonaventura, ricorrendo al paragone con i “due archi paralleli e concolori” dell’arcobaleno:

Come si volgon per tenera nube
due archi paralleli e concolori,
quando Iunone a sua ancella iube,
nascendo di quel d’entro quel di fori,
a guisa del parlar di quella vaga
ch’amor consunse come sol vapori

Il doppio arcobaleno a Firenze, che magia

Gli arcobaleni secondari sono provocati da una doppia riflessione della luce solare dentro le gocce di pioggia, con il risultato che i colori dell’arcobaleno secondario sono invertiti in confronto a quelli del primario, con il blu all’esterno e il rosso all’interno.

Doppia riflessione per gli arcobaleni secondari

Dante abbozza anche una spiegazione del meccanismo fisico che causa l’arcobaleno, che appare quando la luce del sole (l’altrui raggio) si riflette nell’aria (in sé si riflette) quando è densa di umidità (ben pïorno).

Sempre nel XV canto del Purgatorio Dante spiega il fenomeno della riflessione, consistente nella deviazione rispetto alla verticale (indicata come il cader della pietra) di un angolo di valore pari a quello dell’angolo di incidenza (tanto si diparte).

Come quando da l’acqua o da lo specchio
salta lo raggio a l’opposita parte,
salendo su per lo modo parecchio
a quel che scende, e tanto si diparte
dal cader de la pietra in igual tratta,
sì come mostra esperïenza e arte;

L’angolo di incidenza e di riflessione

Proprio con un’immagine di luce (la mia mente fu percossa da un fulgore) Dante sceglie di concludere la Divina Commedia, e concludo io così la mia analisi, sottolineando come Dante ci mostra che l’uomo del Medioevo, periodo visto nell’immaginario collettivo come un’epoca buia e in cui imperavano ignoranza e superstizione, fosse molto più illuminato di quanto siamo abituati a pensare.

Per una ricostruzione più completa dell’universo scientifico di Dante Alighieri:

Pubblicato da Claudia Sorcini - Lezioni e traduzioni scientifiche e tecniche

With a Master's Degree in Engineering and a strong passion for languages, I love continuous learning and sharing knowledge.

2 pensieri riguardo “Dante e la scienza

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